Italia paese delle badanti babysitter e colf in nero: sei su dieci sono irregolari

Tra datore di lavoro e lavoratore domestico sembra quasi crearsi un connubio perfetto che difficilmente tende a rompersi: se al datore di lavoro fa infatti comodo non versare i contributi al suo dipendente a quest’ultimo fa comodo non pagare le imposte Italia, paese di colf, badanti e baby sitter in nero. Secondo l’ultimo rapporto Censis-Assindatcolf, […]

Tra datore di lavoro e lavoratore domestico sembra quasi crearsi un connubio perfetto che difficilmente tende a rompersi: se al datore di lavoro fa infatti comodo non versare i contributi al suo dipendente a quest’ultimo fa comodo non pagare le imposte

Italia, paese di colf, badanti e baby sitter in nero.

Secondo l’ultimo rapporto Censis-Assindatcolf, aggiornato al 2017, sei lavoratori domestici su dieci sono irregolari. I regolari registrati all’Inps infatti sono un numero di molto inferiore rispetto agli effettivi: dei 2 milioni di lavoratori domestici, solamente 864.526 hanno un regolare contratto, riporta il Sole 24 Ore .

Tra datore di lavoro e lavoratore domestico sembra quasi crearsi un connubio perfetto che difficilmente tende a rompersi: se al datore di lavoro fa infatti comodo non versare i contributi al suo dipendente, a quest’ultimo fa comodo non pagare le imposte.

Riuscire a smascherare però questi furbetti non è un’impresa semplice e bene lo sanno la Guardia di Finanza e l’Ispettorato nazionale del lavoro che si occupano di vigilare sul fenomeno. Gli accertamenti effettuati ogni anno infatti sono 300 circa, un numero evidentemente insufficiente a combattere il fenomeno.

La limitazione a effettuare controlli maggiori deriva dal fatto che le prestazioni non si svolgono in ambienti aperti al pubblico, ma tra le mura di casa, quindi in un ambiente privato difficile da monitorare. Lo conferma l’Inps: “I luoghi in cui l’attività ispettiva può essere legittimamente svolte sono dettati dal Dpr 520/1955, ma il legislatore ha escluso dal testo normativo le abtazioni private, per le quali non si applicano le normali regole sull’accesso ai luoghi di lavoro”.

Nella maggior parte dei casi, infatti, le irregolarità vengono individuate grazie alle segnalazioni degli stessi lavoratori domestici, magari fatte a causa di controversie con la famiglia o alla fine del rapporto di lavoro.

Sicuramente più efficace si è rivelato invece il controllo “attraverso verifiche documentali”, sostiene l’Inps.

Se è vero comunque che individuare questi lavoratori in nero non è cosa semplice, è anche vero che molti sono i rischi per le famiglie che assumono domestici senza regolare contratto. “Tenere un lavoratore domestico in nero è un rischio per le famiglie, che peò comportare grosse spese in caso di contenzioso. Ci si espone all’eventualità di dover versare somme rilevanti, fino a 20-30mila euro, per contributi o parti di retribuzioni non versate. La famiglia, infatti, non ha la responsabilità limitata al capitale investito, come le Srl, e può vedere aggrediti direttamente i suoi beni”, spiega Andrea Zini, vicepresidente di Assindatcolf, associazione nazionale dei datori di lavoro domestico.

Vista l’impossibilità di effettuare i controlli, la stessa associazione suggerisce di adottare soluzioni che rendano conveniente l’emersione. Un esempio? Introdurre la deducibilità piena degli importi versati per retribuire i lavoratori domestici, a fronte dell’attuale possibilità di dedurre solo i contributi.