Il lavoro domestico almeno stando alle statistiche è probabilmente il settore dove è maggiormente diffuso il lavoro nero. Su 2 milioni di addetti al lavoro domestico, nella stragrande maggioranza badanti, solo 800.000 sono quelle che risultano con regolare contratto. Le altre o gli altri sono vittime del fenomeno del lavoro sommerso, una pratica utilizzata dai datori di lavoro per risparmiare sui costi che avere un dipendente produce, oltre naturalmente allo stipendio da erogare. Il lavoro domestico è regolarizzato da un CCNL, un contratto collettivo nazionale di lavoro ma evidentemente pochi lo utilizzano.

Il lavoro nero inoltre spesso coincide con un salario erogato al lavoratore, in misura inferiore ai minimi che proprio il CCNL stabilisce. In pratica il lavoro nero, tranne nei casi in cui ci sia la complicità della lavoratrice o del lavoratore che magari non vuole essere assunta per percepire la Naspi o adesso il reddito di cittadinanza, nella maggior parte dei casi è a vantaggio esclusivo del datore di lavoro. Molti di questi però non sanno che esistono pericolose conseguenze che scaturiscono dal detenere in nero un lavoratore. Conseguenze amministrative perché una volta scovati si va incontro a pesanti ammende e sanzioni e conseguenze giudiziarie perché capita spesso che la badante arrivi a citare in giudizio il datore di lavoro per ottenere tutti i diritti a lei spettanti e negati dal fatto che lavorasse in nero.

La badante deve essere regolarizzata per stare tranquilli

Le badanti sono le figure che si occupano specificatamente di assistenza a persone anziane o disabili, cioè i soggetti non autosufficienti di cui tanto si parla. Come dicevamo, nonostante il CCNL preveda una serie di regole, dallo stipendio minimo da erogare ai contributi previdenziali da pagare, sono molti i rapporti di lavoro gestiti al di fuori di queste regole, cioè in nero. E allora ecco che le badanti non sono pagate come CCNL vuole, oppure non godono di ferie, permessi, riposi e tutti gli altri diritti previsti e quando vengono licenziate non viene loro erogata la buonuscita, anche questo un diritto assolutamente spettante.

Tutti questi diritti negati al lavoratore vanno onorati lo stesso anche se la lavoratrice o il lavoratore è in nero. Infatti se alla fine la badante cita in giudizio il datore di lavoro, quest’ultimo si vedrà costretto a pagare tutto quanto al lavoratore, a meno che non abbia in mano carte che dimostrino di aver erogato tutto ciò al lavoratore, caso questo molto raro a dire il vero.

I tribunali del lavoro sono piene di cause che riguardano il lavoro domestico proprio perché essendo spesso in regime di con vivenza, andare a quantizzare ore di lavoro, mansioni straordinarie e festive svolte appare molto complicato. Spesso nel lavoro in nero il datore di lavoro non emette nemmeno ricevuta per i soldi erogati alla badante. Già con la semplice ricevuta la casistica mette in luce un profilo di illegalità se lo stipendio erogato non è in linea con il minimo nazionale. Figuriamoci se poi ingenuamente non si provvede ad emettere una ricevuta di effettuato pagamento dello stipendio. Il rischio è che la badante possa negare di aver incassato dei soldi che senza pezze giustificative un giudice non potrà far altro che farle pagare al datore di lavoro. AL riguardo occorre ricordare che la prescrizione in questi casi è di 5 anni, cioè una badante può andare a chiedere soldi ad un datore di lavoro per qualsiasi motivo fino a 5 anni prima.

Stipendi, permessi, ferie, Tfr, tredicesima, queste nella stragrande maggioranza dei casi le cose che in generale una badante chiede al datore di lavoro e sono cose che il datore dovrà versare alla badante anche se in nero ed anche se alla fine si arrivi ad un tavolo di conciliazione sindacale o davanti ad un tribunale del lavoro. 
Cosa si risparmia in nero?

La badante in nero costa di meno rispetto ad una in regola perché non si pagano per il rapporto di lavoro tasse, contributi previdenziali e spesso il Tfr. Nel caso in cui però si venisse scoperti, oltre naturalmente ai soldi che dovrà dare alla badante che fa causa, occorrerà pagare le inevitabili sanzioni previste dalla vigente normativa. Per la mancata comunicazione di assunzione si paga una sanzione tra 200 a 500 euro. Per la omessa iscrizione Inps invece si paga una sanzione tra 1.500 e 12.000 euro. Inoltre ci sarebbe da fare con l’omesso versamento dei contributi che alla fine occorrerà comunque versare con le maggiorazioni previste nell’ordine del 30 o del 60% con un importo minimo di 3.000 euro.

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