Anche nel rapporto di lavoro con i collaboratori domestici, le colf e le badanti può essere previsto un periodo di prova iniziale.

Il rapporto di lavoro nell’ambito domestico, ossia quello delle colf, delle badanti, delle collaboratrici domestiche, è senza dubbio uno dei rapporti lavorativi meno tutelati nel nostro ordinamento, soprattutto con riferimento alla facilità con cui il datore di lavoro può licenziare la collaboratrice domestica, la colf, la badante.

Oltre che sotto questo profilo, il rapporto di lavoro delle badanti e colf può essere particolarmente precario anche nella sua fase di avvio. Le parti del rapporto di lavoro, infatti, possono prevedere un periodo di prova per badanti.

In questo caso, fino alla fine del periodo di prova, il datore di lavoro può chiudere il rapporto con la badante senza nemmeno rispettare il preavviso di licenziamento.

C’è comunque da dire che anche la badante può, in questo primo periodo, andarsene senza preavviso dal posto di lavoro.

Il periodo di prova, come vedremo, non può mai avere una durata eccessivamente lunga e la sua durata massima dipende dal livello di inquadramento della badante.

Cos’è il periodo di prova?

La legge [1] prevede la possibilità che datore di lavoro e lavoratore, quando firmano il contratto di lavoro, inseriscano anche un patto di prova o clausola di prova. Tale patto può essere inserito direttamente nel testo del contratto di lavoro oppure può essere firmato a latere in un apposito accordo scritto.

Il patto di prova ha la funzione di non rendere subito definitiva l’assunzione del dipendente e di permettere alle parti, nel primo periodo del rapporto di lavoro, di valutare la convenienza di quel determinato lavoro per entrambe.

Può, infatti, accadere che un lavoratore sia attratto da un determinato posto di lavoro ma poi, all’atto pratico, quando si trova effettivamente a lavorare lì dentro, qualcosa non lo convinca.

Viceversa, un’azienda potrebbe assumere un dipendente che, sulla carta, leggendo il curriculum, ha tutte le caratteristiche auspicate ma poi, nel concreto svolgimento del lavoro, potrebbe rimanere delusa e volere dunque porre fine al rapporto di lavoro.

Almeno in teoria, dunque, il patto di prova è una clausola che avvantaggia entrambe le parti del rapporto di lavoro.

In cosa consiste il patto di prova?

Il patto di prova prevede che vi sia, quando sorge un rapporto di lavoro, un primo periodo durante il quale sia il datore di lavoro sia il lavoratore possono decidere di interrompere il rapporto lavorativo senza alcuna motivazione e senza rispettare il periodo di preavviso che deve essere, nella generalità dei casi, concesso all’altra parte in caso di recesso e la cui durata è fissata nel contratto collettivo nazionale di lavoro applicato al rapporto lavorativo.

Sono i contratti collettivi nazionali di lavoro a dover determinare la durata massima del periodo di prova. È evidente che non si può tenere un lavoratore precario a vita e, dunque, il periodo di prova deve essere limitato al tempo necessario a consentire alle parti di valutare se sono soddisfatte di quel rapporto di lavoro o meno.

Rapporto di lavoro delle badanti: cos’è?

La badante è una persona che, priva di particolari qualificazioni, accudisce anziani, malati o persone non autosufficienti.

L’invecchiamento della popolazione, con le problematiche di non autosufficienza legate alla senilità, e la sempre minore disponibilità dei figli, impegnati nel lavoro, a prendersi cura di anziani e malati ha portato ad una forte diffusione di questo profilo professionale.

Molto spesso le badanti sono straniere residenti in Italia e vivono insieme alla famiglia della persona che devono assistere.

Il rapporto di lavoro delle badanti è disciplinato, oltre che dalle norme di legge, dal contratto collettivo nazionale di lavoro dei lavoratori domestici che si applica, oltre alle badanti, anche alle colf ed alle collaboratrici domestiche.

Il lavoro della badante, al pari del lavoro domestico, è scarsamente tutelato in caso di licenziamento.

Infatti, mentre per la generalità dei lavoratori il licenziamento deve essere sempre motivato e fondarsi su una giusta causa o su un giustificato motivo (oggettivo o soggettivo) nel caso del lavoro domestico, il datore di lavoro può porre fine al rapporto di lavoro senza alcuna motivazione, rispettando solo il periodo di preavviso previsto nel Ccnl del lavoro domestico.

Periodo di prova per badanti

Se, in generale, le badanti non sono tutelate contro il licenziamento, in quanto la tutela si riduce al solo rispetto del periodo di preavviso, lo sono ancora di meno se nel contratto è previsto un patto di prova.

Infatti, come abbiamo visto, durante il periodo di prova ciascuna delle parti del rapporto di lavoro (e dunque sia la badante, sia il datore di lavoro che la impiega) può recedere dal contratto di lavoro senza motivazione e senza preavviso.

Il patto di prova è pacificamente ammesso anche nel lavoro domestico e nel lavoro delle badanti.

Affinché sia considerato valido, in ogni caso, il patto di prova deve essere approvato per iscritto (o direttamente nella lettera di assunzione o in un accordo scritto a latere) e deve essere sottoscritto prima, o al massimo contestualmente, all’inizio del rapporto di lavoro.

In particolare, il patto di prova per badanti, al pari di quanto avviene con la generalità dei lavoratori è valido solo ricorrono le seguenti condizioni:

  • la badante ha sottoscritto la lettera di assunzione, con l’indicazione del periodo di prova, prima, o al massimo contestualmente, all’inizio del rapporto di lavoro. Se, quindi, una badante inizia a lavorare il 5 dicembre 2019 e firma la lettera di assunzione, in cui è inserito il patto di prova, il 6 dicembre 2019, quel patto è considerato nullo ed è come se non fosse mai stato apposto. Anche un breve stacco temporale può comportare la nullità del patto di prova;
  • il patto di prova è nullo anche se la prova si è, di fatto, già svolta. Ciò avviene, ad esempio, se la badante era stata già dipendente dello stesso datore di lavoro per mansioni analoghe oppure se aveva lavorato in modo irregolare (ossia in nero) prima della regolarizzazione del rapporto di lavoro;
  • il patto di prova è nullo se, nella clausola di prova o nel contratto di lavoro in cui tale clausola è inserita, non sono specificate in modo dettagliato e comprensibile le mansioni del lavoratore su cui verterà la prova. La badante, infatti, per essere messa alla prova, deve sapere su quali attività la prova verrà svolta;
  •  il patto di prova è nullo se la badante era stata già inviata in missione da una agenzia di somministrazione presso il medesimo datore di lavoro, per lo svolgimento di mansioni analoghe a quelle su cui verte il patto di prova.

Ci sono decine e decine di sentenze della magistratura del lavoro che hanno dichiarato nulli patti di prova non sottoscritti per iscritto, oppure sottoscritti da dipendenti che avevano già svolto le stesse mansioni presso quel datore di lavoro, oppure firmati dopo l’inizio effettivo della prestazione di lavoro.

Periodo di prova per badanti: durata

Un altro principio da tenere in mente con riferimento al patto di prova è il seguente.

La prova, per essere legittima, deve avere una durata sufficiente a consentire al lavoratore di dimostrare le sue attitudini e le sue capacità.

Fermo restando il rispetto del periodo di durata massima della prova, indicato nel Ccnl, il datore di lavoro non può recedere dal contratto di lavoro in prova dopo un periodo talmente esiguo da non consentire al lavoratore di dimostrare il superamento o meno della prova.

Secondo parte della giurisprudenza e della dottrina, non essendoci riferimenti rigidi per individuare un periodo congruo di prova, quest’ultima deve durare quantomeno la metà rispetto alla durata massima della prova determinata dal Ccnl dei lavoratori domestici. Se il recesso in prova avviene prima di questa soglia temporale, lo stesso potrebbe essere considerato illegittimo in quanto troppo precoce.

Quanto può durare massimo il periodo di prova?

Il Ccnl dei lavoratori domestici prevede una durata massima del periodo di prova differenziata a seconda del livello di inquadramento delle badanti.

In particolare:

  • per le badanti inquadrate nei livelli Ds e D la durata massima del periodo di prova è di 30 giorni;
  • per le badanti inquadrate negli altri livelli la durata massima del periodo di prova è di 8 giorni.

Ne consegue che si sconsiglia il recesso in prova prima di 15 giorni, nel caso di badanti inquadrate nei livelli Ds e D, e prima di 4 giorni nel caso di badanti inquadrate negli altri livelli di inquadramento.

I giorni massimi di durata del periodo di prova, previsti nel Ccnl, sono solo ed esclusivamente i giorni di effettivo lavoro e non i giorni di calendario.

Ne consegue che la decorrenza del periodo di prova è sospesa in caso di malattia, infortunio sul lavoromalattia professionale.

Superamento del periodo di prova per badanti

Quando termina il periodo di prova, l’assunzione diviene definitiva.

Nel caso delle badanti, in verità, non c’è una differenza così marcata. Per un lavoratore standard, infatti, l’assunzione definitiva determina una forte protezione in caso di licenziamento da parte del datore di lavoro.

Per le badanti ed i lavoratori domestici, invece, il rapporto di lavoro, anche se definitivo, resta poco tutelato in quanto il datore di lavoro può licenziare la badante senza esprimere alcuna motivazione, con il solo rispetto di periodi di preavviso che sono anche abbastanza brevi.

In caso di licenziamento della badante in prova, alla lavoratrice spetteranno, come in tutte le ipotesi di cessazione del rapporto, la retribuzione maturata, i ratei di tredicesima maturati, l’indennità sostitutiva delle ferie e dei permessi non goduti, il trattamento di fine rapporto e le altre competenze di fine rapporto.

In caso di superamento del periodo di prova, il servizio prestato durante il periodo di prova deve essere computato a tutti gli effetti nell’anzianità di servizio.

note

[1] Art. 2096 cod. civ.

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